Riprendo oggi un paio di spunti tratti da una recente intervista a Mauro De Bona, consulente direzionale e partner di Novalia sulla tematica “produttività dei dipendenti”. Rielaboro un paio di passaggi significativi attorno alla figura del manager “sabotatore interno”, ossia quel dirigente che non si fida di nessun altro al di fuori di se stesso, che non delega ad altri alcune responsabililtà e che, infine, pensa sia sufficiente pagare una persona per motivarla.

  • La produttività passa dalla fiducia, non dal controllo. L’idea del controllo a tutti i costi (micro-management?) da parte della direzione si rivela un boomerang, poiché da un lato demotiva e deresponsabilizza che viene “gestito”, dall’altro impegna così tanto il manager il quale non riesce più a concentrarsi sui suoi compiti strategici, quelli per cui lui dà valore all’azienda. La produttività passa dalla delega consapevole, non dal controllo (“se hai tutto sotto controllo, significa che vai troppo piano”).
  • La produttività è correlata maggiormente alla motivazione, non allo stipendio. Uno stipendio adeguato è ovviamente parte integrante di un rapporto solido, ma oltre un certo livello lo stipendio smette di essere uno stimolo. Diventa invece più importante saper costruire un team attorno alle persone, amalgamando tra loro competenze tecniche e capacità relazionali, empatiche, comunicative (le soft-skill di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo commentanto la postura ideale di un leader). Costruire un team significa ben più di radunare attorno a una stanza un gruppo di persone. Significa farle lavorare insieme, dove ognuno sa cosa fa e come il lavoro del singolo ha effetto sul lavoro del gruppo. Significa anche “fare sapendo il perché, oltre al cosa”. La cooperazione è una chiave per la produttività, scongiurando la pericolosa metafora dei “superpolli”: persone troppo competitive che antepongono il proprio desiderio di emergere alla produttività del team. Questo è un passaggio ripreso anche da Marco Crasnich, CEO in Overlog.

Due temi, i precedenti, che mi sembrano interessanti anche all’interno del mondo del software. Limitarsi a pagare una persona, senza coinvolgerla e motivarla su altri valori, è controproducente. Questo forse vale ancor di più nel mondo del software, dove la produttività emerge dalla creatività e dalle capacità cognitive (e comunicative!), più che dalle mere capacità manuali. Il mito del controllo, poi, è forse l’aspetto più difficile da sradicare in una cultura di gestione che spesso non comprende appieno la profonda natura del software, di come nasce e soprattutto del perché nasce.